27 interviste ai professionisti
La sezione delle classi di laurea è intervallata da 27 interviste a professionisti: Giancarlo Marzorati (architetto); Paolo Astori (ingegnere); Michele Campiotti (agronomo); Marco Bersanelli (astrofisico); Valeria D'Andrea (designer); Francesco Simonetti (copy writer); Ernesto Galli Della Loggia (professore universitario); Alessandro Turra (consulente); Pietro De Panizza (direttore di albergo); Simone Palmieri (direttore amministrativo); Stefano Masciulli (direttore acquisti); Fabrizio Diaferia (direttore risorse umane); Corrado Colombo (dottore commercialista); Riccardo Roversi (avvocato); Alberto Piatti (direttore di ONG); Marco Agostini (manager del turismo); Enrico Tanca (insegnante); Luisa Arrigoni (direttore di museo); Alessandro Bollo (manager culturale); Emanuela Spera (educatore); Denis Curti (direttore di agenzia fotografica); Giovanni Chiaramonte (fotografo); Giancarlo Scheri (direttore di rete televisiva); Enrico Grugnetti (infermiere); Maurizio Bussotti (medico); Paolo Crepet (psichiatria); Gabriele Campiotti (medico veterinario). Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell'intervista a Ernesto Galli Della Loggia, docente di Storia dei movimenti e partiti politici presso l'Università degli Studi di Perugia
Ernesto Galli Della Loggia
Docente di Storia dei movimenti e partiti politici, Università degli Studi di Perugia; editorialista del Corriere della Sera di Milano
Ernesto Galli Della Loggia è nato a Roma nel 1942. Si è laureato in Scienze politiche all’Università La Sapienza di Roma con una tesi in Storia moderna nel 1966. Dopo la laurea ha usufruito di numerose borse di studio dell’università ed è stato quindi ricercatore presso la Fondazione Einaudi di Torino.
Dal novembre 1972 all’ottobre 1975 è stato professore incaricato di Storia economica italiana dall’Unità nazionale presso la facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena, e poi professore incaricato di Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università di Perugia.
Dal 1987 è professore ordinario di Storia dei partiti e movimenti politici alla facoltà di Scienze politiche della stessa università. Dal 1990 al 1992 ha fatto parte del Consiglio direttivo della “Società italiana per lo studio della storia contemporanea” (SISSCO). Nel 1995 è stato tra i fondatori e direttori, fino al gennaio del 1998, del mensile Liberal. Dal 1993 è editorialista del Corriere della Sera. Dirige dal 2004 la rivista di politica internazionale Global FP.
Cosa le piace di più del lavoro che svolge?
Mi piacciono due aspetti: il primo è indubbiamente il rapporto con i giovani. Tengo a precisare che può essere anche deludente, non è sempre rose e fiori – perché raramente un ragazzo è davvero appassionato – ma a volte si incontrano persone interessanti, dei giovani appassionati con i quali è possibile uno scambio intellettuale, con i quali è possibile dialogare proficuamente. Il secondo aspetto, che è ciò che amo di più fare, è quello di leggere, studiare, scrivere, cioè tutto il mio lavoro intellettuale: avere a che fare con i libri, con gli scritti, con le idee degli uomini. Mi è sempre piaciuto e a volte mi sorprende il fatto di essere addirittura pagato per farlo!
Su questo ultimo aspetto, quello della ricerca: cosa significa per lei ricercare? Che posizione deve avere un uomo di ricerca?
Ricercare vuol dire cercare di porsi i problemi, farsi delle domande, e tentare di dare delle risposte, naturalmente. Mi occupo di storia: ricercare nella storia significa anche non accontentarsi delle risposte che vengono date solitamente; ma domandarsi ancora: perché è scoppiata la Rivoluzione francese? Ecco, non accontentarsi di quello che è già dato come risposta. La storia degli uomini e della società pone continuamente domande: è nella sua natura, nella sua struttura.
Qual è stato il suo percorso formativo?
Ho fatto il liceo classico a Roma, e poi mi sono iscritto all’Università della Sapienza di Roma al corso di laurea in Scienze politiche; quindi il classico percorso dello studio universitario: ho preso diverse borse da ricercatore, di cui una dalla Fondazione Einaudi fino ad arrivare all’università.
Quali carenze ha riscontrato – se ci sono state – nella sua formazione?
C’è una carenza che ho avvertito e rimpiango il fatto che non è stata colmata: all’università avevo come professori quelli che si chiamano “nomi grossi”, persone di grande statura intellettuale, ma spesso si facevano sostituire a lezione dagli assistenti e perciò non li vedevo, non facevano lezione: mi è mancato lo scambio intellettuale con queste persone che si consideravano un po’ come in una sfera lontana e superiore. Di contro, posso dire di aver fatto un’ottima scuola pubblica dalle elementari al liceo!
Consiglierebbe ai giovani la professione dell’insegnante universitario?
Dipende molto dal singolo giovane:penso che tutti i lavori siano “consigliabili”, se chi li svolge lavora con passione; ma bisogna tener conto della vocazione singola e concreta. Diciamo che i consigli si danno a persone “concrete”, quando le hai davanti e parli con loro: in conclusione, a me essere un professore (non mi definisco un professionista, ma un professore – anche se le parole hanno la stessa radice) piace molto e sono quindi davvero pronto a consigliarlo!
Un suo insigne collega, Claudio Magris, poco tempo fa sul Corriere della Sera lamentava il fatto che i ragazzi spesso vanno a lezione in vista dei crediti che otterranno, o che il lavoro principale del professore si deve inserire in un numero spropositato di riunioni didattiche, i cui calcoli spaventerebbero uno scienziato: come giudica questa situazione?
Condivido pienamente tutto quello che dice Magris, ma c’è un problema che va oltre: come deve essere un’università di massa (come di fatto oggi è), senza barriere di accesso di alcun tipo? Oppure, che selezione deve esserci e come deve essere fatta, in base a quali criteri?
Questi problemi sono propri dell’università italiana, allora ci si deve chiedere cosa cambiare e come. Quindi, lamentarsi è giusto, ma occorre anche proporre un cambiamento.
E lei cosa cambierebbe?
Cambierei tante cose, ne avrei un elenco! Secondo me occorre abolire il valore legale del titolo di studio, stabilire degli accessi molto più selezionati e decidere finalmente una retribuzione ai docenti differenziata non secondo l’anzianità, ma secondo l’effettivo valore del docente; stabilirei una concorrenza tra le università, ma la concorrenza non si attua secondo il criterio del numero di laureati, ma con altri criteri: per esempio, concorrano sul numero dei volumi posseduti in biblioteca, sul numero dei corsi di dottorato (i fondi si danno in base a questo). E poi cambierei tante altre cose.
Sicuramente l’università era migliore trent’anni fa, quando la frequentavo io e quelli delle mie generazioni.
La nuova denominazione delle classi di laurea e l’introduzione di nuovi corsi di laurea sembra portare gli insegnamenti verso una maggiore specializzazione: cosa ne pensa?
Penso che non sia in realtà una maggiore specializzazione, piuttosto è un abbassamento qualitativo, uno sminuzzare, un tagliuzzare in piccole parti ciò che era intero e grande, un presentare agli studenti le minuzie di questo spezzettamento: un corso così come quelli di oggi, trent’anni fa l’avremmo ritenuto una minuzia. La specializzazione maggiore è l’immagine che la classe politica vuole dare di questo cambiamento dell’università. Per classe politica intendo non solo l’attuale, cioè quella che ha messo in atto la riforma, ma soprattutto il precedente ministero, che è quello che ha deciso, pianificato e preparato questa riforma. Quindi, il nuovo assetto è stato una semplificazione negativa degli studi: ma per cosa, ci si deve chiedere. Semplice: per eliminare i fuori corso, e questo ci riporta al problema della concorrenza fatta con il criterio dei numeri.
Qual è la dote più importante da avere nel suo lavoro?
La passione. Il lavoro intellettuale ha bisogno necessariamente di coinvolgimento personale di tipo emotivo e morale.
Un consiglio alle future matricole?
Non perdere tempo. Il periodo dell’università è un’occasione preziosa perché si hanno tre, quattro, cinque anni in cui non si ha molto da fare, cioè non si ha una professione da svolgere, che occupa tutta la giornata, come avviene dopo laureati. Questi anni i giovani li possono riempire di cose interessantissime, e belle: possono leggere Madame Bovary, possono andare a vedere i musei, le mostre, una città, possono specializzarsi in algebra, o in lingua, insomma arricchirsi. E invece ora guardano la televisione, o al massimo giocano a carte con gli amici.
Sente una responsabilità educativa verso i giovani?
Certo. Da una parte quella di insegnare e trasmettere nel modo migliore tutto quello che so, nel mio lavoro. Dall’altra mi preme molto poter educare i giovani ai valori civili, al rispetto delle idee degli altri, perché gli uomini sono tutti diversi; educarli alla curiosità intellettuale, ecco, educare alla curiosità è forse la cosa che più mi preme.
Per fare il professore universitario…
Classe di laurea 15 (pag. 29), 38 (pag. 49).
Docente di Storia dei movimenti e partiti politici, Università degli Studi di Perugia; editorialista del Corriere della Sera di Milano
Ernesto Galli Della Loggia è nato a Roma nel 1942. Si è laureato in Scienze politiche all’Università La Sapienza di Roma con una tesi in Storia moderna nel 1966. Dopo la laurea ha usufruito di numerose borse di studio dell’università ed è stato quindi ricercatore presso la Fondazione Einaudi di Torino.
Dal novembre 1972 all’ottobre 1975 è stato professore incaricato di Storia economica italiana dall’Unità nazionale presso la facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena, e poi professore incaricato di Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università di Perugia.
Dal 1987 è professore ordinario di Storia dei partiti e movimenti politici alla facoltà di Scienze politiche della stessa università. Dal 1990 al 1992 ha fatto parte del Consiglio direttivo della “Società italiana per lo studio della storia contemporanea” (SISSCO). Nel 1995 è stato tra i fondatori e direttori, fino al gennaio del 1998, del mensile Liberal. Dal 1993 è editorialista del Corriere della Sera. Dirige dal 2004 la rivista di politica internazionale Global FP.
Cosa le piace di più del lavoro che svolge?
Mi piacciono due aspetti: il primo è indubbiamente il rapporto con i giovani. Tengo a precisare che può essere anche deludente, non è sempre rose e fiori – perché raramente un ragazzo è davvero appassionato – ma a volte si incontrano persone interessanti, dei giovani appassionati con i quali è possibile uno scambio intellettuale, con i quali è possibile dialogare proficuamente. Il secondo aspetto, che è ciò che amo di più fare, è quello di leggere, studiare, scrivere, cioè tutto il mio lavoro intellettuale: avere a che fare con i libri, con gli scritti, con le idee degli uomini. Mi è sempre piaciuto e a volte mi sorprende il fatto di essere addirittura pagato per farlo!
Su questo ultimo aspetto, quello della ricerca: cosa significa per lei ricercare? Che posizione deve avere un uomo di ricerca?
Ricercare vuol dire cercare di porsi i problemi, farsi delle domande, e tentare di dare delle risposte, naturalmente. Mi occupo di storia: ricercare nella storia significa anche non accontentarsi delle risposte che vengono date solitamente; ma domandarsi ancora: perché è scoppiata la Rivoluzione francese? Ecco, non accontentarsi di quello che è già dato come risposta. La storia degli uomini e della società pone continuamente domande: è nella sua natura, nella sua struttura.
Qual è stato il suo percorso formativo?
Ho fatto il liceo classico a Roma, e poi mi sono iscritto all’Università della Sapienza di Roma al corso di laurea in Scienze politiche; quindi il classico percorso dello studio universitario: ho preso diverse borse da ricercatore, di cui una dalla Fondazione Einaudi fino ad arrivare all’università.
Quali carenze ha riscontrato – se ci sono state – nella sua formazione?
C’è una carenza che ho avvertito e rimpiango il fatto che non è stata colmata: all’università avevo come professori quelli che si chiamano “nomi grossi”, persone di grande statura intellettuale, ma spesso si facevano sostituire a lezione dagli assistenti e perciò non li vedevo, non facevano lezione: mi è mancato lo scambio intellettuale con queste persone che si consideravano un po’ come in una sfera lontana e superiore. Di contro, posso dire di aver fatto un’ottima scuola pubblica dalle elementari al liceo!
Consiglierebbe ai giovani la professione dell’insegnante universitario?
Dipende molto dal singolo giovane:penso che tutti i lavori siano “consigliabili”, se chi li svolge lavora con passione; ma bisogna tener conto della vocazione singola e concreta. Diciamo che i consigli si danno a persone “concrete”, quando le hai davanti e parli con loro: in conclusione, a me essere un professore (non mi definisco un professionista, ma un professore – anche se le parole hanno la stessa radice) piace molto e sono quindi davvero pronto a consigliarlo!
Un suo insigne collega, Claudio Magris, poco tempo fa sul Corriere della Sera lamentava il fatto che i ragazzi spesso vanno a lezione in vista dei crediti che otterranno, o che il lavoro principale del professore si deve inserire in un numero spropositato di riunioni didattiche, i cui calcoli spaventerebbero uno scienziato: come giudica questa situazione?
Condivido pienamente tutto quello che dice Magris, ma c’è un problema che va oltre: come deve essere un’università di massa (come di fatto oggi è), senza barriere di accesso di alcun tipo? Oppure, che selezione deve esserci e come deve essere fatta, in base a quali criteri?
Questi problemi sono propri dell’università italiana, allora ci si deve chiedere cosa cambiare e come. Quindi, lamentarsi è giusto, ma occorre anche proporre un cambiamento.
E lei cosa cambierebbe?
Cambierei tante cose, ne avrei un elenco! Secondo me occorre abolire il valore legale del titolo di studio, stabilire degli accessi molto più selezionati e decidere finalmente una retribuzione ai docenti differenziata non secondo l’anzianità, ma secondo l’effettivo valore del docente; stabilirei una concorrenza tra le università, ma la concorrenza non si attua secondo il criterio del numero di laureati, ma con altri criteri: per esempio, concorrano sul numero dei volumi posseduti in biblioteca, sul numero dei corsi di dottorato (i fondi si danno in base a questo). E poi cambierei tante altre cose.
Sicuramente l’università era migliore trent’anni fa, quando la frequentavo io e quelli delle mie generazioni.
La nuova denominazione delle classi di laurea e l’introduzione di nuovi corsi di laurea sembra portare gli insegnamenti verso una maggiore specializzazione: cosa ne pensa?
Penso che non sia in realtà una maggiore specializzazione, piuttosto è un abbassamento qualitativo, uno sminuzzare, un tagliuzzare in piccole parti ciò che era intero e grande, un presentare agli studenti le minuzie di questo spezzettamento: un corso così come quelli di oggi, trent’anni fa l’avremmo ritenuto una minuzia. La specializzazione maggiore è l’immagine che la classe politica vuole dare di questo cambiamento dell’università. Per classe politica intendo non solo l’attuale, cioè quella che ha messo in atto la riforma, ma soprattutto il precedente ministero, che è quello che ha deciso, pianificato e preparato questa riforma. Quindi, il nuovo assetto è stato una semplificazione negativa degli studi: ma per cosa, ci si deve chiedere. Semplice: per eliminare i fuori corso, e questo ci riporta al problema della concorrenza fatta con il criterio dei numeri.
Qual è la dote più importante da avere nel suo lavoro?
La passione. Il lavoro intellettuale ha bisogno necessariamente di coinvolgimento personale di tipo emotivo e morale.
Un consiglio alle future matricole?
Non perdere tempo. Il periodo dell’università è un’occasione preziosa perché si hanno tre, quattro, cinque anni in cui non si ha molto da fare, cioè non si ha una professione da svolgere, che occupa tutta la giornata, come avviene dopo laureati. Questi anni i giovani li possono riempire di cose interessantissime, e belle: possono leggere Madame Bovary, possono andare a vedere i musei, le mostre, una città, possono specializzarsi in algebra, o in lingua, insomma arricchirsi. E invece ora guardano la televisione, o al massimo giocano a carte con gli amici.
Sente una responsabilità educativa verso i giovani?
Certo. Da una parte quella di insegnare e trasmettere nel modo migliore tutto quello che so, nel mio lavoro. Dall’altra mi preme molto poter educare i giovani ai valori civili, al rispetto delle idee degli altri, perché gli uomini sono tutti diversi; educarli alla curiosità intellettuale, ecco, educare alla curiosità è forse la cosa che più mi preme.
Per fare il professore universitario…
Classe di laurea 15 (pag. 29), 38 (pag. 49).
